LA CONCA DELL'ALPAGO

STORIA



I primi insediamenti umani in Alpago sono di origine paleoveneta, in base a quanto desunto da ritrovamenti archeologici. Per esempio a Plois (un’armilla di bronzo e una tomba che ricollega ai riti ad incinerazione in uso allora), a Chies (fibule ornamentali ferree) e più recentemente a Staol, in comune di Pieve d’Alpago, dove alcuni scavi (visitabili) hanno portato alla luce un complesso cimiteriale. I primi segni evidenti che collegano la storia all’assetto odierno si hanno comunque dall’età romana. Dopo essere stato parte del Norico (“Noricis iungitur lacus Piso” scriveva Plinio nella sua Historia Naturalis per definire la zona del lago Piso, oggi lago di Santa Croce, confine dei possedimenti dell’Urbe), il territorio diventa romano con Ottaviano Augusto che conquista l’area e la protegge intuendo l’importanza delle zone di confine.

I nomi di molti paesi oggi esistenti (Bastia Alpagi, Plebs Alpagi, Tignaisum, Codenseanum, Lamosanum, Ploixum, Brozum e altri) traggono origine da quelli dati ai villaggi fondati dai miliziani di confine dell’imperatore Claudio, nel primo secolo d.C. Per proteggere la strada di Fadalto (ammodernata sotto Francesco I d’Austria diventerà, nel 1830, la nuova Alemagna) dalle incursioni barbariche vennero costruite anche delle roccaforti, una delle quali a Bastia d’Alpago.

Dopo la divisione dell’impero ad opera di Diocleziano, verso il 300 d.C., i barbari si insediarono in queste zone di confine. Per primi arrivarono gli Alemanni, poi gli Ostrogoti, che costrinsero i residenti miliziani romani all’interno della Conca, lungo la valle del Tesa, a Monti di Chies e in Val Salatis. Risale forse a quel periodo anche il Castello del Bongaio, costruito a cavallo tra Quers e Alpaos da un centurione romano discendente di stirpe Gaia, e posseduto nel XXIV secolo dal conte Andrighetto da Bongaio.

Nel 550 Giustiniano muove guerra agli Ostrogoti, cacciandoli anche dall’Alpago. Arrivano i Bizantini che, vedendo una Conca con ville e sale sperse, la denominano “Pagus”, da cui nasce in seguito “Alpagus” col significato di agglomerato di famiglie e ville delle Alpi.

Nel 568 scendono in Italia i sanguinari Longobardi di Alboino, che occupano la zona bassa della Conca, forse guidati da un certo Sitran che diede il nome al paese e alla rocca. La mitigazione dello spirito barbaro avvenuta dopo la cristianizzazione della regina Teodolinda, provoca una graduale tendenza alla convivenza pacifica. Così alcune famiglie decidono di stabilirsi nei luoghi boscosi della bassa Conca che tanto ricordano le terre di origine. E fondano una fara longobarda in riva al lago, oggi Farra d’Alpago. Questa pacifica convivenza tra Longobardi e Romani dà origine alla prima organizzazione socio-economica dell’Alpago e la Conca diventa contesto unitario. Due decanie (sopra e sotto Tesa) e un centro di interesse, Pieve, che diventa capoluogo civile, religioso, politico e militare. I beni fondiari, non ancora soggetti a proprietà privata, sono divisi in regole (terreni agricoli) e svaldi (fondi boschivi) per la gestione comune. Di questi istituti, che nel periodo dei Comuni acquisteranno un’elevata importanza sotto il profilo amministrativo-giuridico, rimangono ancor oggi i segni, nella Regola di Pedol e Funes.

Nel 774 l’Alpago passa ai Franchi, guidati da quel Carlo che sei anni dopo diventerà imperatore del Sacro Romano Impero. La deposizione di Carlo il Grosso nell’877 e la successiva divisione dell’Impero porta l’Italia nelle mani del marchese del Friuli Berengario. Nel 923, in un periodo storico nel quale i vescovi acquistano sempre più importanza politica ed economica, Berengario dona l’Alpago al vescovo di Belluno Aimone.

Le alterne vicende del XII secolo e del periodo successivo, consegnano alla storia una Belluno del 1300 in mano agli Scaligeri. Essi erigono l’Alpago a contea, affidandolo al già citato Andrighetto da Bongaio. Sospettano però sui suoi contatti con Carlo, duca di Tirolo e Carinzia e alleato di Venezia, avversa agli Scaligeri. Fanno circolare la voce che ad Andrighetto interessi il Tirolo e provocano la reazione del duca Giovanni, che sferra l’attacco e si impadronisce del Bongaio imprigionando Andrighetto. Carlo deciderà però che l’Alpago rimanga alla moglie di Andrighetto, quella Giacoma, figura quasi mitica, che verrà chiamata dalle genti “regina Bongai”.

Sono anni finalmente sereni per l’Alpago e le sue genti, ma nel 1348 un terribile terremoto riporta il caos, seminando morte e distruzione. La regina muore nel crollo del castello, le macerie si disperdono nell’impeto del Tesa, e il redivivo Andrighetto non ritrova più nulla di ciò che era suo. Morirà a Belluno, assassinato da Giovanni de Fabbris, nel 1359.

Dopo la morte di Andrighetto tutto il bellunese, e con esso l’Alpago, passa di mano in mano: Carlo IV di Boemia, il vescovo Jacopo da Bruna, Ludovico d’Ungheria, Francesco I da Carrara, Leopoldo d’Austria, Gian Galeazzo Visconti e il figlio Filippo Maria.

Nel 1420 l’Alpago entra a far parte della Repubblica di Venezia. Per lungo tempo la Foresta del Consiglio verrà chiamata Gran Bosco di San Marco, grazie alla qualità delle piante da essa estratte e fatte scendere lungo il Piave, per arrivare ai cantieri navali della laguna. Sotto la dominazione veneziana l’Alpago non vive però un periodo di benessere. I contadini, vessati da dazi e gabelle e poveri al limite della sussistenza, fanno emergere un certo malumore sociale. Nel tempo questo si traduce in accese dispute per la gestione dei terreni agricoli, mettendo in crisi il sistema delle regole. Sarà Napoleone, nel Veneto dal 1797, prima di donare la regione all’Austria col trattato di Campoformio, ad emanare un decreto che pone fine agli istituti regolieri, affidando l’amministrazione del territorio alpagoto a cinque comuni. Unica eccezione Chies le cui regole, diventate frazioni, poterono conservare lo storico sistema di gestione.

Nel frattempo, verso la fine del ‘700, l’Alpago si arricchisce di una nuova presenza. Alcuni nuclei di Cimbri, popolazione di origine germanica, si insediano in Consiglio, fondando villaggi (Campon, Canaie, Vallorch) tutt’ora esistenti.

Nel 1848, quando la Venezia guidata da Manin insorge contro l’Austria, vi sono anche combattenti alpagoti al suo fianco.

Infine nel 1866, dopo secoli di domini di ogni tipo, in Alpago arriva il tricolore.

Il terremoto del 29 giugno 1873 devasta il bellunese e l’Alpago risulterà una delle zone più colpite.

"Puos d’Alpago" Il capoluogo di comune rimase quasi tutto distrutto in conseguenza del terremoto; danni più o meno gravi si ebbero anche nelle frazioni. Questo territorio ebbe a soffrire più d’ogni altro della provincia. Molte furono le vittime”. (Manuale Amministrativo Giudiziario della Regione Veneta del 1874)

Nel corso della prima metà del XX secolo l’Alpago, come tutto il bellunese, è terra di contadini, povera. La proprietà imprenditoriale è scarsa. Reazione a questo stato sarà un flusso migratorio, verso ogni parte del mondo, che coinvolgerà un’elevata percentuale della popolazione. Si soffrono i conflitti bellici, in particolare il secondo. La Conca, dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, diventa sede logistica della rinomata divisione partigiana “Nino Nanetti”. Uno degli episodi più importanti di questa fase, rimarrà l’incendio di Pieve d’Alpago del 25 agosto 1944, ad opera dei tedeschi, come risposta ad un’azione armata dei giovani partigiani poi dileguatisi sui monti.

Nel dopoguerra il mondo contadino inizia la sua lenta conversione alla modernità. Si fanno largo negli anni ’60 artigianato e imprenditorialità, in quella che diventerà, nella zona pianeggiante ad ovest della Conca, la zona industriale di Paludi, oggi una delle tre più grandi della provincia di Belluno.

In questo inizio di millennio l’Alpago presenta benessere, attività commerciali di ogni tipo, e una propensione allo sviluppo turistico che necessita di grandi progettualità per il futuro.



TERRITORIO

alpago

“Il lago e i suoi dintorni sono una visione idilliaca, un gioiello della natura. Chi vede questo quadro così sobrio nelle linee d’insieme ma così ricco di forme e di colori, specie in un bel mattino d’estate, gli resta nell’anima l’incanto della vera poesia della natura” scriveva nell’800 l’alpinista austriaco Euringer. “La bellezza di questa scena è paragonabile a quella del Lago di Garda o di Como. Dalla spiaggia meridionale del lago l’occhio vede la superficie dell’acqua fino alle soprastanti alture dell’Alpago… A nord e a levante si ergono le cime spesso ricoperte di neve anche d’estate, che riparano la conca come un alto muraglione.” ribadiva l’alpinista d’Oltralpe Futterer. “Conca verde ed aprica disseminata di villaggi e di case modeste e rustiche, armoniosamente adattate all’ambiente, solcata da spumeggianti torrenti, declinati fianco a fianco lungo il pendio di una gaia cantilena, serpeggianti nel piano con flebili sussurri che si trasformano in concitati chiacchierii allorché le loro acque s’accomunano nel Tesa, nel Runal, nel Rai e nel lago”. E così negli anni sessanta Mario De Nale descriveva romanticamente l’Alpago. Da allora molte cose sono cambiate, quelle toccate direttamente dall’uomo. Non la natura nella sua essenza più profonda, la cui bellezza continua a stupire chiunque solchi queste valli e questi pendii.

Splendida zona situata al limite sud-est della provincia di Belluno, l’Alpago presenta tutte le caratteristiche naturali dell’ambiente prealpino. Scenari e paesaggi multiformi che si mescolano e completano a vicenda, per offrire allo sguardo e all’animo le sensazioni di armonia che solo la montagna sa dare. La bellezza del comprensorio è data dalla disposizione ad anfiteatro dei monti che circondano e sovrastano l’Alpago. Una catena ininterrotta, che comincia a nord con il Monte Dolada e si sviluppa verso est, trovando soluzione di continuità solo con la Sella di Fadalto, a sud, che separa le Prealpi d’Alpago da quelle Bellunesi. In questo scenario il Lago di Santa Croce appare cullato e protetto, armonizzando con la dolcezza delle sue acque la rigidità e imponenza dei suoi austeri guardiani di pietra. Nella pianura a nord del bacino si sviluppano i nuclei abitativi maggiori, mentre numerosi paesini si inerpicano risalendo le vallate, fino a quote attorno ai 1000 metri. In tutto poco più di 10.000 abitanti, residenti in cinque comuni diversi: Chies (il più montano e interno), Farra (nelle adiacenze del Lago), Pieve (ad ovest in direzione Belluno, sotto il monte Dolada), Puos (centro di interessi della Conca situato nella pianura interna) e Tambre (ad est). Cime, altipiani e avvallamenti si uniscono in un continuo saliscendi, che consente di passare in pochi chilometri dai 390 m s.l.m. dell’abitato di Bastia, in riva al lago, ai 2471 metri del Col Nudo, vetta più alta della Conca situata nel territorio di Chies.



CLIMA



Rispetto al resto della Valbelluna, l’Alpago gode di un clima piuttosto mite in rapporto all’altitudine, per effetto sia dell’apertura verso sud che ne aumenta le ore di insolazione, sia, in maniera meno rilevante, delle acque del Lago di Santa Croce e della ricca vegetazione soprattutto della maestosa Foresta del Consiglio. In inverno sia la rigidità delle temperature, sia la quantità di precipitazioni nevose, sono piuttosto irregolari. Le estati, generalmente brevi e fresche, hanno punte di temperatura elevata.



FLORA



La vegetazione dei boschi della Conca è formata principalmente e a diverse altitudini da quercia, castagno, rovere, faggio, carpino, frassino, tiglio, ciliegio, olmo, ontano, betulla, abete bianco e rosso, larice e pino mugo. Tra le specie erbacee non mancano mughetto, primula, ranuncolo, campanula, anemone, ciclamino, sassifraga, genziana, stella alpina e il raro geranio argentino.



FAUNA



La variegata fauna selvatica ha indubbiamente risentito positivamente del progressivo abbandono dei terreni agricoli montani avvenuto negli ultimi decenni. Sono presenti volpe, faina, lepre, tasso, riccio, orso bruno (recentemente avvistato), ungulati come capriolo, cervo, daino e muflone, roditori come marmotta, ghiro e scoiattolo. Tra i volatili sono ben rappresentati i rapaci, sia diurni (aquila reale, che secondo alcuni nidifica anche sul Col Nudo, poiana, astore, falco), sia notturni (civetta, barbagianni, gufo reale). Senza dimenticare i tetraonidi (gallo cedrone, fagiano di monte, pernice).



Pagina redatta da Matteo Sitran